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sabato 19 marzo 2011

Il Testamento biologico


Il testamento biologico
Per un fine vita dolce

Il medico esaminò con attenzione il referto degli analisi che avevo ritirato in mattinata, poi la visitò con la consueta professionalità ed un tocco caratterizzato da profonda umanità e rispetto. Con espressione grave mi disse:”Il corpo si sta preparando a lasciare libero lo spirito. Si deve preparare anche lei, perché tutti i segnali indicano chiaramente che Clara è stanca e vuole andarsene e questa fase si concluderà nel giro di due giorni al massimo”.
Il giorno dopo, all’età di 93 anni, nel letto della sua camera, la mamma si è spenta dolcemente, come si spegne una candela.
L’inevitabile dolore che la perdita di un genitore porta sempre con se era, per così dire, attutito dal modo con il quale la mamma ha compiuto l’estremo passaggio, l’atto ultimo e “l’unica possibilità che sempre si realizza per ognuno di noi”, come ebbe a dire Heidegger.
Ma per tantissime persone l’evento si presenta con i caratteri di grande drammaticità, preceduto sovente da lunghe e debilitanti malattie ed il corpo soffre, in moltissimi casi,  anche la violenza di una terapia che, in ossequio alla scienza, pretende di stravolgere il naturale corso degli eventi.
In questi casi si fa ancor più impellente la domanda di senso della vita.
Nessuno si sognerebbe di negare gli straordinari risultati che la medicina ha compiuto nell’ultimo secolo, contribuendo ad allungare e a migliorare la qualità della vita, eppure qualche volta la scienza deve saper fare un passo indietro.
E, soprattutto, deve tenere conto della libera volontà del soggetto umano senziente, quando la terapia non ha più alcuna efficacia e si trasforma in vero e proprio accanimento.
Il dibattito sull’argomento è molto sentito e scuote le coscienze perché molteplici sono i soggetti coinvolti, come molteplici sono gli aspetti che possono orientare le scelte.
Occorre quindi chiarezza perché il diritto ad una morte buona non venga confuso, neanche lontanamente, con altri interessi egoistici o, peggio ancora,  speculativi.
Ora il progetto di legge sul fine vita - DAT - è arrivato in Parlamento e sarebbe opportuno che si pervenisse ad una formulazione condivisa, che abbia come obiettivo la centralità dell’uomo ed il valore di ogni singola vita umana, al di la dei confini ideologici.

Seguiremo il percorso legislativo e il dibattito culturale che necessariamente si svilupperà nel paese, con la consapevolezza che l’argomento, pur estremamente delicato, non è più eludibile. Ogni vostro commento, molto utile  e prezioso, darà un contributo al dialogo.
Link per approfondimento dell’intervista rilasciata da Mario Rossi alla redazione di Emera.

venerdì 18 marzo 2011

L’Alluvione

L’Alluvione
 Ora si piange di rabbia
Un brusco risveglio ci attendeva il 1° novembre. 2010. Con la pioggia caduta sul nostro territorio, e’ crollato il mito di efficienza nel quale ci siamo cullati per troppo tempo e abbiamo dovuto fare i conti con la dura realtà; qualcosa nel nostro sistema non ha funzionato e molti si pongono le domande: si poteva evitare? si poteva  prevedere?
Certo la pioggia e’ stata abbondante, ma basta questo a giustificare un tale disastro?
Non c’era forse un problema di fondo, conosciuto da tempo ma accantonato e messo da parte?
Passato il periodo del primo soccorso alle nostre popolazioni alluvionate, fatto il bilancio dei danni e delle perdite, sembrava che la primavera preludesse alla completa ripresa di tutte le attività.
Invece l’incubo è tornato
Nel giorno in cui tutta l’Italia ha celebrato con solennità il 150° anniversario dell’unità, i cittadini di Soave hanno rivissuto il dramma del 1° novembre 2010 e sono tornati a spalare acqua e fango fuori dalle case.
E a piangere di rabbia
E di fronte alla rabbia della gente, abbandonato ogni spirito di polemica, è doveroso cercare di capire se tutto questo disastro poteva essere scongiurato, se il grave dissesto del nostro territorio sia stato, nel tempo, colpevolmente ignorato, se vi sono stati  errori e/o negligenze, per porre i correttivi ed evitare che tutto ciò abbia a ripetersi.
Il giorno 23/11/2010 è apparso su ‘L’Arena” un articolo che  parlava della proposta di un intervento risolutorio, già individuato e discusso nelle sedi competenti  nel 1999, ma  non attuato perché il pericolo non era stato ritenuto reale e concreto.
Ho effettuato delle ricerche sulla stampa del periodo, dalle quali è emersa una realtà quantomeno sconcertante.
Nell’autunno del 1999 il progetto dell’Ing. Anti del Consorzio Zerpano Alpone, approvato dal Magistrato alle Acque di Venezia-Verona, era stato sostenuto anche in Regione. Questo progetto prevedeva la posa in opera di casse di laminazione, con spesa gestibile, e avrebbe potuto evitare i disastri verificatisi in passato e, soprattutto, il disastro di novembre e quello del 16/17 marzo u.s.
Chi si oppose a questo progetto?  Gli amministratori dei Comuni interessati.
Se avete la pazienza di rileggere i giornali del 1999 (cfr. L’Arena 10, 14 e 17 ottobre 1999) noterete senza alcun dubbio che la preoccupazione di chi avversava il progetto, non era la copertura finanziaria del medesimo, ma i vincoli  urbanistici, in ogni caso tollerabili, poiché la cassa di laminazione sfruttava in gran parte aree verdi esistenti.
Occorre precisare che il progetto poteva essere tranquillamente finanziato con i fondi della Legge Ronchi e della Regione, con un costo assolutamente più contenuto rispetto alla spesa che si dovrà affrontare ora per i disastri  odierni.
Tutti i danni da risarcire alle famiglie e alle attività artigianali e industriali non risultano essere stati esattamente quantificati e la somma di 300.000,00 inizialmente  stanziata per i comuni di Soave, Monteforte d’Alpone e limitrofi, sarà senz’altro insufficiente, tenuto conto della nuova esondazione.
Inoltre, sarà mai possibile quantificare esattamente la perdita economica delle nostre piccole e medie aziende che, lottando contro la crisi mondiale, si sono mantenute a galla a prezzo di grandi sacrifici, ed hanno visto spazzare via il frutto del loro lavoro in una notte di pioggia?
Restare forzatamente fuori dal mercato, sia pure il tempo strettamente necessario per la riorganizzazione dell’azienda, potrebbe avere gravi conseguenze, con ripercussioni anche occupazionali.
E’ lecito chiedersi:
  • Non meritavamo maggior attenzione i nostri alluvionati?
  • Non meritava maggior rispetto lo spirito di dedizione e di impegno che contraddistingue tutto il nostro tessuto produttivo?
  • Non meritava maggior considerazione il nostro territorio?
  • Quando inizieranno i lavori di messa in sicurezza?

Questa nostra Italia che ieri ha compiuto 150 anni, sembra aver finito anche i cerotti.