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venerdì 11 marzo 2011

I vantaggi del traforo

Traforo si – Traforo no
di Tito Brunelli

Non ricordo più da quanto tempo si parla a Verona del traforo delle Torricelle, come soluzione ottimale per la viabilità interna della nostra bella città, ma penso che le prime riflessioni  abbiano avuto inizio fin dagli anni 70.
Ogni volta che passo con la macchina davanti al Teatro Romano mi sento  colpevole di contribuire al deterioramento di questo straordinario manufatto che i nostri antichi padri ci hanno lascito in dono e mi domando: perché non si è  proceduto con celerità?
Forse perché non vi è mai stata la certezza che l’opera sia veramente utile per la risoluzione del  problema?
E’ molto importante sapere che, in epoche diverse, esperti di viabilità, traffico,  pianificazione urbanistica e di mobilità hanno studiato il problema e le loro elaborazioni sono state univoche nel sostenere che il traforo delle Torricelle non serve a risolvere la mobilità urbana di Verona.

Dagli studi più recenti, eseguiti da  2 illustri esperti in materia di viabilità, su incarico del Sindaco Sironi prima e, successivamente, per conto del Sindaco Zanotto, si deduce che, usando tecniche diverse di simulazione e rapportandole a vari scenari, entrambi  sono giunti allo stesso risultato: quello di indicare, rispetto al traforo, altre priorità viabilistiche.
Tutti spiegano che, se l’intento è quello di decongestionare il traffico nella zona Nord della città (Veronetta e via Mameli) il traforo è inutile, perché avrà pochi svincoli: servirà solo per attraversare l’area, non per entrarvi.
Non servirà a proteggere la zona dall’inquinamento dei mezzi di trasporto privato e nulla migliorerà per il Teatro Romano e il Ponte Pietra.

E allora quale sarà il beneficio che dovrebbe ricadere sulla città, alla conclusione di un’opera che, a detta della stampa locale, verrà a costare presumibilmente intorno ai 400 milioni di euro?
Si può obiettare  che la spesa sarà sostenuta in gran parte da privati, ma io non ho mai conosciuto un filantropo così generoso, un finanziatore privato che non veda nell’investimento un guadagno personale!
Se a  pagare sarà il cittadino, mi sembra giusto e doveroso che l’amministrazione dica in modo chiaro e inequivocabile qual è il reale obiettivo che vuole raggiungere con il traforo, perché se qualcuno pensa che questa opera costosissima  contribuisca a tutelare il nostro patrimonio archeologico e a salvaguardare la salute pubblica, sappia fin d’ora che il traforo non garantisce nulla di tutto ciò.

Una informazione corretta e trasparente sta alla base di una buona e sana  amministrazione pubblica, perché il cittadino ho il diritto di essere preventivamente informato di tutta la gestione pubblica,  con particolare riguardo alle grandi scelte che riguardano il futuro assetto della nostra città.
Credo che sull’argomento occorra meditare e riflettere e, senza  alcuno ideologia preconcetta, mi chiedo:
  • Conosceremo mai la vera motivazione che sottende a questo intervento?
  • Che cosa accadrà  quando, alla fine dei lavori, si constaterà ciò che gli studi di esperti prevedono?
La parola è a voi, attenti lettori; manifestate la vostra opinione.  

Università La Sapienza: due pesi, due misure


Università La Sapienza: a Ratzinger non è stato possibile parlare,
mentre Gheddafi ha potuto tenere “lezioni di democrazia”
di Mario Rossi

   Roma, 12 Gennaio 2008: sessantasette docenti e decine di studenti dell’ateneo “La Sapienza” contestano con furore il proprio rettore Renato Guarini, reo di aver invitato Benedetto XVI a tenere la Lectio Magistralis di apertura dell’anno accademico 2007-08. "Non vogliamo Ratzinger nel tempio della conoscenza perché è troppo reazionario", così hanno scritto in un comunicato, minacciando “sit-in” contro il papa e il blocco delle attività accademiche.
Un’offesa al pontefice, la cui colpa è stata l’aver accettato un invito ufficiale.
Un’offesa ad un capo di Stato straniero (tale è il pontefice per la Città del Vaticano).
Un’offesa ai cattolici e alle persone di cultura aperte alla libertà del sapere.
Università La Sapienza, 11 Giugno 2009:il colonnello Gheddafi, dittatore della Libia, entra nell’ateneo accompagnato dal nuovo rettore Frati.
In aula magna Gheddafi attacca l’Italia e l’Europa per il colonialismo del passato e lancia questa accusa: "Le azioni terroristiche sono per lo più un residuo derivante dal colonialismo". Ad una domanda di una studentessa sulla condizione delle donne in Libia, il dittatore libico, sorridendo, comanda a tre delle sue amazzoni di salire sul palco. Una è in mimetica e due in divisa kaki. Tutte con il berretto rosso, sfilano davanti alla platea. Belle come le altre, si muovono con un portamento da top model e per nulla marziale, tanto da far uscire una battuta al rettore dell'Ateneo, Luigi Frati: "Non posso parlare... c'è mia moglie in sala", studenti e docenti applaudono (che segno di profonda maturità e apertura culturale!).
Al momento del dibattito non mancano domande serie: "Abbiamo il massimo rispetto per il popolo libico e per gli africani - chiede un ragazzo - ma lei cosa intende per democrazia?".
Altra domanda: "Quando ci saranno libere elezioni in Libia?". Una studentessa, che si definisce "rappresentante dell'Onda", viene bloccata a metà del suo intervento, con gli addetti alla sicurezza che le tolgono di mano il microfono.
Poco meno di due ore dopo il suo arrivo Gheddafi lascia la Sapienza. Direzione, la tenda di Villa Pamphili.
Mentre Benedetto XVI è stato privato della libertà di esprimersi, Ghedddafi ha potuto parlare, esibirsi e dare dimostrazione di quanto valga per lui la donna.
Riguardo al rettore, con una parte del corpo docente e con gli studenti che hanno applaudito Gheddafi, è meglio stendere un velo pietoso.
In questo giorni il sangue scorre copioso in Libia, ennesima dimostrazione di cosa significhi in realtà per Gheddafi il concetto di democrazia.

Tragga il lettore le proprie conclusioni.