La società dei due terzi
“La società dei due terzi” era espressione diffusa nell’ambiente culturale e politico intorno agli anni ‘70. Significa che la società liberale, fondata su libera iniziativa, libero mercato, capacità personali e ‘merito’ individuale, porta a una società nella quale i 2/3 della popolazione arrivano a una posizione economica e sociale per lo meno buona, mentre il restante terzo non ce la fa e si trova ai margini della convivenza, in difficoltà più o meno gravi, destinato a sopravvivere di espedienti o per il sostegno di persone e gruppi caritatevoli, del volontariato, di comunità religiose. Nei casi più gravi (malattie, handicap pesanti, situazioni di non autosufficienza permanente) il rischio dell’abbandono e della morte è imminente. Negli anni ’60, ad esempio, i bambini down avevano una aspettativa di vita di circa 30 anni; oggi, con cure gratuite, arrivano ai 60-70 anni e oltre. Anche oggi malattie gravi ma curabili portano alla morte: non solo nel Terzo Mondo, ma presso popoli emergenti (India, Cina, nazioni arabe) e negli Stati Uniti d’America,In questo ambito, nel mondo occidentale ricco sono due gli indirizzi politici fondamentali:Lo Stato liberale puro, come negli Stati Uniti d’America: limita il più possibile l’intervento dello Stato e realizza il massimo di libera iniziativa e di autonomia dell’individuo e dei gruppi economici e sociali. Ogni individuo si muove con le sue forze. Può sfondare e diventare ricco. Può non farcela. In questo caso, se si ammala e non ha i soldi per pagare le cure sanitarie, si arrangia come può. La crisi economica in atto crea ulteriori difficoltà e chiama la politica a intervenire. Il presidente Obama tenta di aprire una speranza per i circa 50 milioni di statunitensi privi di cure sanitarie. Forse ce la farà, ma con molti limiti. Lo Stato sociale, sperimentato in Europa occidentale, esalta l’iniziativa privata, ma si pone l’obiettivo di essere vicino al terzo dei cittadini poveri, che da soli non ce la fanno. Riconosce i diritti irrinunciabili di ogni persona, come la salute, l’istruzione, l’informazione, l’alimentazione, la casa. Ogni persona che si ammala ha, o dovrebbe avere, le migliori cure sanitarie, gratis. Chi paga? Tutti, con le tasse che dovremmo pagare in base al reddito, per garantire a tutti la vicinanza sociale nelle difficoltà: cure sanitarie, scuola, cibo, un letto. Entrambi i modelli presentano pregi e limiti. E’ chiaro però che lo Stato sociale è la grande conquista della nostra Europa, di cui essere orgogliosi: tutti provvedono a favore di tutti. E’ la solidarietà. Alcuni segni fanno temere la crisi dello Stato sociale: l’egoismo del ricco che vuole tutto il suo per sé; il voler trattenere i propri soldi nella propria terra; la divisione Nord – Sud; la richiesta che insegnanti e presidi siano originari della Regione in cui operano; l’idea di padania e di secessione; il voler differenziare i salari per motivi territoriali e la contrattazione locale (è da verificare non l’idea, ma il contesto in cui nasce); le bandiere regionali; la crescente lontananza, l’indifferenza, a volte il disprezzo nei confronti di chi è diverso; la proposta di escludere il clandestino dalle cure sanitarie e dalla scuola; la volontà di cacciare chi è povero e marginale; il taglio ai finanziamenti sociali e sanitari, alla scuola e all’università; il tentativo (riuscito) di limitare i diritti dei lavoratori; il rischio che il servizio nazionale (sanità, istruzione, …), pubblico e paritario, uguale per tutti decada, a favore della presenza del privato ricco (che giustamente e, entro i limiti dell’onestà, doverosamente lavora per guadagnare).Può succedere che, senza che ce ne accorgiamo, ci ritroviamo nella società dei due terzi, senza correttivi sociali. La crisi economica spinge in questa direzione. Il berlusconiano: “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani” può significare che i ricchi versano meno soldi e i servizi nazionali (salute, scuola, …), garanzia per tutti i cittadini, progressivamente decadono. Occorre stare attenti.
di Tito Brunelli
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